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Qualunque cosa, anche una cosa stupida.

  • Immagine del redattore: Mirko Trevisan
    Mirko Trevisan
  • 22 set 2024
  • Tempo di lettura: 5 min

Pubblico di nuovo su questo blog, dopo tanto tempo.

Non so bene perché lo stia facendo, o forse sì, ma quello che conta è che sento l’esigenza di raccontarvi come mi sento e cosa sta succedendo in tutto questo periodo.

Per fare ordine, ovviamente.

Provo a partire dal punto in cui sento che la mia vita si sia spezzata, di nuovo.

Il punto di rottura? Direi l’ultima sessione che ho avuto con la mia psicologa. Ero convinto di dare le mie dimissioni, finché non ho capito una serie di cose che mi hanno impedito di farlo. Da quel momento, non mi sono più sentito bene. È stato come se qualcosa dentro di me si fosse rotto, cercando di capire quale direzione avrebbe dovuto prendere il cambiamento che ho iniziato a percepire da quel momento in avanti.

Tutt’oggi, lo sento dentro me, solo che qualcosa o, meglio, qualcuno mi sta impedendo di fare quell’ulteriore passaggio, di fare quel salto nel vuoto, di costruirmi una realtà nuova e tutta mia. Spaventa, non è vero? Avere la possibilità di avere una pagina tutta bianca e riscrivere tutto daccapo.

Lo vorresti fare? Ti sentiresti pronto? Beh, se la risposta è no, ti capisco, non è da tutti, davvero.

Ciò che è successo, dunque, è che ho capito che non potevo dimettermi senza pagarne tutte le conseguenze. Sapete benissimo quanto odio il mio luogo di lavoro attuale e visto che vi ho già tediato abbastanza, tranquilli non sarà questa la sede di lamentarmi ulteriormente.

Il fatto è che ora ho un affitto da pagare, ho delle spese a cui far fronte, delle responsabilità a cui devo rispondere. Tutte cose, che se ci penso, un po’ me le sono cercate, perché in fondo il 03 novembre del 2020 sono stato io a prendere una macchina e scappare dalla Lombardia, per venire qui in Friuli senza sapere, però, che non sarei più tornato a casa. Sarei potuto rimanere con i miei genitori, trovarmi un lavoro vicino a casa e non avere un affitto da pagare sulle mie spalle. Così non è andata e se ci penso, ringrazio quel famoso giorno per avermi fatto uscire dalla mia comfort zone e di fare esperienze che mai avrei fatto se fossi rimasto a casa. Ma quel è il problema allora?

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È che sono sempre e solo io. Io che mi stufo delle cose, delle persone, dei progetti, dei miei sogni. Insieme alla mia psicologa ci stavo lavorando, sulle mie relazioni, sui miei desideri, sulla mia fuga e fino all’ultima seduta, tutto è tornato lì, a casa mia, in quella città orrenda che si chiama Limbiate.

Non so se riuscirei a tornare a vivere con i miei genitori, ovviamente, come non so se riuscirei a fare la vita di prima.

Quello che sento, però, è l’enorme esigenza di fermarmi e di reinventarmi, di ricostruire la mia immagine, la mia anima, perché sono stanco di sentirmi come se non fossi mai abbastanza.

Non sai abbastanza l’inglese, non sei abbastanza vicino, non hai abbastanza esperienza, non sei abbastanza competente, non sei abbastanza solare, non sei mai abbastanza…

E la verità? È che mi sono rotto il cazzo. Chi mi conosce, credo che sappia di che pasta sono fatto. Ho sempre cercato di lottare per migliorare e cambiare la mia situazione, tanto da farne una ragione di vita. Il mio motto è sempre stato “get liberation, get revolution” non a caso. Sento però ora, a trent’anni, quanto sia ancora più difficile attuare quella rivoluzione per liberarmi dal male, amen.

Ho accantonato, per l’ennesima volta, il mio progetto “Uomini silenziosi” per cercare di cambiare posto di lavoro, per smettere di dire “oggi mi dimetto” senza far nulla per cambiare. Forse, pensavo che quelle dimissioni sarebbero arrivate non perché fossi io a scegliere, ma perché qualcun altro avesse deciso così. Voglio dire, certo, io avrei fatto il primo, secondo, terzo colloquio, ma la scelta finale l’avrebbe fatta qualcun altro. Sarebbe stato quel qualcun a dirmi: “Bene Mirko, abbiamo scelto te, ora puoi dimetterti” e io, con la finta pretesa di liberarmi da ogni responsabilità sarei andato dal mio datore di lavoro e avrei detto “Scusate se mi dimetto, vi lascio nella merda, ma non l’ho deciso io, mi è arrivata una proposta migliore ed io l’ho semplicemente accettata”. Che poi è quello che accade sempre quando si cambia un lavoro, no? Ma la verità è che non sarebbe cambiato assolutamente nulla, perché avrei iniziato a fare di nuovo un lavoro che molto probabilmente mi avrebbe fatto cagare uguale e tutto sarebbe ricominciato daccapo.

Quindi ringrazio l’universo, per avermi fatto venire questo raffreddore, lasciandomi chiuso in casa in questa prima domenica autunnale. Non avrei avuto la possibilità di liberarmi, di scrivere questo lungo e forse inutilissimo discorso.

Scrivere per me è sempre stata una valvola di sfogo. Ho capito che devo essere nel “mood” giusto, la famosa “modalità Drev”. Questo perché, quando scrivo smetto di pensare, smetto di andare in over thinking, scavo dentro le mie emozioni che emergono senza una meta e per controllarle devo essere in equilibrio. Il problema è che, quando non c’è questo equilibrio, tutto questo processo mi risulta complicato, difficile, impossibile, coercitivo, anche inutile direi, perché so che non sono le mie emozioni a parlare, ma la mia razionalità che vuole bloccare quel flusso.

Fermare quella corrente nelle situazioni di emergenza, di ansie e di paure è diventato fondamentale e la mia mente come meccanismo di difesa non permette di scrivere. Mi fa andare avanti, fino all’esaurimento per poi farmi andare in tilt fin quando non ce la fa più e allora manda quel segnale, che mi ricorda che è tornato il momento di scrivere. È questo ciò che fa la scrittura, raccoglie i cocci, ricostruisce i pezzi e mi fa tornare di nuovo integro. Ed ecco il perché di tutto questo.

Per concludere, non so se “Uomini silenziosi” diverrà mai veramente un libro, non so se mai ne scriverò uno, d’altronde ognuno di noi ha i propri tempi e il proprio spazio. Ciò che ho capito è che tornerò a seguire il mio di flusso, senza costringere le cose ad accadere.

Il viaggio a Madrid è servito a questo, a farmi capire che il cambiamento arriva, se si entra proprio in quella modalità.

Mi auguro dunque che questo 2024 sia solo un anno di transizione verso un nuovo livello di consapevolezza più alto. Devo solo imparare a smettere di rimandare, di procrastinare, di trovare delle scuse per non fare quel salto nel vuoto. So di non essere ancora pronto, ma quando lo sarò, sono sicuro che sarà meraviglioso, perché come sempre, sarò io a fare quella rivoluzione e quella scelta non dipenderà da nessuno, se non da me.

 
 
 

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