2.Autunno
- Mirko Trevisan

- 2 nov 2020
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 12 nov 2020
Solo, come un albero rosso d'autunno.
Solo, perché con me non ci sei tu.
«Sto bene, e tu?»
Non potevo risponderti diversamente e annoiarti con le mie paranoie. No, non potevo proprio. Non potevo dirti di quanto mi mancasse Milano, o la mia casa, o i miei genitori, o di quanto mi sentissi solo. Solo? Forse non è il termine corretto.
Sono abituato a restare da solo, ma questa è una solitudine diversa. E' quella che ti prende il cuore quando vedi due persone scambiarsi un tenero bacio, per poi parlare di come arredare casa o di come devono piegare l'intimo, per non creare fastidi.
Mi sentivo solo, come quella volta in cui andai a camminare in mezzo al bosco e vidi il primo albero rosso d'autunno.
Poco dopo essere arrivato al lavoro, avvisai i miei colleghi delle mie dimissioni ad effetto immediato. Quando tornai a casa, mi accordai con mia sorella per il trasferimento. Mi avrebbe ospitato lei, finché non avessi trovato una sistemazione.
Il giorno del mio arrivo passai un po' di tempo con la sua famiglia. Abbiamo sempre avuto un rapporto particolare, molto intimo, tanto da aiutarmi nei momenti più difficili. Per questo motivo non si vennero a creare particolari problemi, anzi, mia sorella fece i salti di gioia quando le comunicai il mio arrivo, o almeno è questo ciò che mi disse suo marito.
Quando arrivai a casa sua, la trovai raggiante, il suo sorriso era ancora più bello, come se la mia comparsa significasse un nuovo inizio: dopo tanto tempo separati, finalmente saremmo diventati una famiglia di nuovo unita.
Mi disse che non c'era fretta, che potevo restare tutto il tempo che volevo, anche se in realtà, io non vedevo l'ora di trovare uno spazio tutto mio.
Fu lei a darmi il nome dell'agenzia immobiliare, la stessa con la quale lei aveva comprato casa. Chiamai il numero che c’era scritto sul biglietto da visita e fissai un appuntamento per il giorno successivo. Avevo voglia di evadere e sentivo che non potevo sprecare altro tempo. Sapevo che nessuno mi correva dietro, ma conoscendomi, avevo il bisogno di stabilire delle scadenze.
Il giorno successivo mi recai all'indirizzo che mi era stato fornito. Per entrare nello studio dovetti citofonare e attendere qualche istante. Mi accolse un giovane ragazzo, ben vestito con il tipico abbigliamento da agente immobiliare. Mi fece accomodare all’interno. Ciò che mi colpì fu la sua parlantina svelta, ma anche chiara, come di una persona che conosceva a memoria quella routine. Per me, invece, era una situazione del tutta nuova e per un momento percepii il battito del cuore accelerare. La conversazione non durò molto. Mi chiese quali fossero le mie esigenze, mi domandò come immaginavo la mia abitazione e poco dopo mi fissò altri tre o quattro appuntamenti, dopo aver visionato insieme qualche appartamento.
Quando l'agente mi congedò, in quell'istante sentii il citofono suonare: doveva essere qualcuno che aveva fissato un appuntamento dopo il mio.
Uscii dall'agenzia in compagnia dell'agente e dentro me si accese una nuova forza: avvertivo il bisogno di credere in un nuovo progetto tutto mio. Quando si aprì la porta, incrociai un uomo e a prima vista pensai di essere tornato a Milano, dove uomini del genere si potevano trovare in ogni angolo. Sicuramente doveva lavorare in un posto importante. Forse era per le sue sopracciglia folte, la barba curata in ogni minimo particolare, i pantaloni perfettamente stirati e le scarpe in pelle tirate a lucido. I nostri sguardi si incrociarono per più di una frazione di secondo. Potevo sentire l’imbarazzo pervadere il mio volto, ma in lui notai un piccolo e gentile sorriso, che ricambiai.
Varcai la soglia dall'agenzia e feci un piccolo balletto, ringraziando l’universo.
Ero felice, non avevo altre parole per spiegare come mi potessi sentire. Poco dopo mi precipitai in macchina e mentre guidavo, pensai a come impegnare il resto della mia giornata.
In quel tempo, non potevo ancora capire cosa sarebbe successo da lì in avanti, come non potevo riconoscere quell’uomo silenzioso.

«Sto bene, grazie»
E ora? Dovevo per forza continuare la conversazione, non potevo avvicinarmi a te, chiederti come stai e andarmene. Potevo vederlo dai tuoi abiti, curati e stirati, come faceva mia mamma prima di accompagnarmi a scuola. Meritavi qualcosa di più di un semplice “come stai?” solo che non avevo mai fatto nulla del genere. Per me era la prima volta, com'era la prima volta che sentivo un'attrazione così forte verso un ragazzo. Io che a trentaquattro anni non avevo mai provato attrazione nei confronti di nessuno.
Non mi sentivo solo, ero incompleto. Essere soli vuol dire soffrire di solitudine, ma la mia era qualcosa di diverso.
E' quella mancanza che si prova quando nonno ti chiede: "ma la fidanzata?" Ed è solo in quel momento che ti rendi conto di essere incompleto, come quando ordini una pizza bufala e pomodorini e il pizzaiolo si dimentica di mettere questi ultimi.
La mia azienda aveva pensato a tutto, tranne ad una cosa: dovevo trovarmi un luogo in cui poter vivere.
Dopo il viaggio in macchina da Roma, il Consiglio mi fece alloggiare in un hotel nel centro di quel paese disperso tra i colli friulani, non molto lontano dal nuovo stabilimento. Ci rimasi poco più di un paio di giorni, perché il mio direttore mi chiamò e mi disse che dovevo trovarmi una mia sistemazione al più presto. L’azienda avrebbe coperto le spese di anticipo per una casetta in affitto, ma per il resto avrei dovuto cavarmela da solo. Non sapevo ancora quanto tempo dovevo restare, mi dissero finché ce n’era bisogno. Fui comunque grato per tutto, quella era l’occasione di una vita.
Al lavoro, incrociai il responsabile della divisione friulana, il quale mi diede il nome di un'agenzia per trovarmi un'abitazione. Mi condivise il numero di telefono e quando ritornai in hotel, chiamai subito per prendere un appuntamento.
Tutto stava procedendo in maniera frettolosa, ma non vedevo l'ora di organizzare una mia nuova routine, senza rispettare i turni da catena di montaggio dell'albergo in cui alloggiavo.
Mi recai all’agenzia, citofonai e in un attimo entrai. L'agente immobiliare mi accolse, ma dietro di lui vidi un giovanotto sorridente. A catturare la mia attenzione fu il suo cappotto grigio e lungo, non ne avevo mai visto uno simile. Lo guardai per qualche istante, mi parve un’eternità, come se fossi stato magnetizzato dai suoi occhi nocciola. Per gentilezza, feci un sorriso e lui corse via, come se avesse fretta di andare.
Solo ora posso rendermi conto che quel ragazzo eri tu, Zeno e proprio quella fu la prima volta in cui ti vidi.
E più ci penso, più mi dico che non poteva essere altrimenti. Nulla succede per caso e ormai non posso più fare niente per tornare indietro.



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