15. Universo
- Mirko Trevisan

- 25 feb 2021
- Tempo di lettura: 4 min
Che sia fatta la tua volontà, Universo. Grazie.
Sto cercando di ricostruire cos’è successo, Zeno.
Quello che so è che avevo deciso di tornare a casa qualche giorno, giusto per andare a trovare i miei genitori, i miei amici e qualche collega.
Sarei tornato presto, almeno questi erano i miei piani.
Arrivai a Roma Termini, presi il taxi e poi?
Non me lo ricordo bene.
Anzi da quel momento in poi non so cosa accadde alla mia vita, forse l’universo l’aveva presa con sé.
Se ripenso a tutte le persone che ho incontrato, il mio scopo era quello di donare amore incondizionato e forse avevo raggiunto la cima grazie a te, Zeno.
Come la madre lo dona ad un figlio.
Come il cane lo dona al proprio padrone.
Mi chiedo ora come tu faccia a vivere senza la mia presenza.
Che stupido che sono, sono sicuro che ce la farai benissimo.
Non hai bisogno di nessuno, ormai penso di averti insegnato l’amore.
Vivi di amore, Zeno.
Smettila di essere quello difficile, quello che non si fida di nessuno.
Non ti fa bene.
Hai un grande cuore, dotato di un amore infinito.
Se lo sfrutti a dovere, sono convinto che tu riuscirai ad ottenere tutto ciò che vorrai. Riuscirai a raggiungere i tuoi obiettivi e vedrai che Uomini Silenziosi sarà un ottimo punto di partenza.
Come lo so?
Perché ti ho amato fin dal primo momento in cui ti ho incontrato e solo ora me ne rendo conto.
I nostri destini sono sempre stati collegati, solo che per me l’universo aveva altro in mente.
Ciò che mi dispiace è non poter vedere realizzato il tuo sogno. Ti auguro davvero di farcela, sarebbe il riscatto per tutto il tuo dolore.
Ci rivedremo, magari sotto un’altra forma, ma il nostro amore, non terminerà in questo modo.
Penserai che ora dentro te avrai altro silenzio, ma sono convinto che qualcun altro arriverà e ti donerà tutto ciò che stavi cercando.
Sono convinto che quel silenzio terminerà, Zeno.
Ti amo.
Passò del tempo prima di concludere la revisione del mio romanzo.

Avevo paura, una parte di me non voleva spedirlo alle case editrici, l’altra parte diceva che se lo avessi fatto avrei potuto condividere con altre persone quella storia. La mia storia.
Scrivere per me è sempre stato un atto di ricostruzione e ricomposizione della mia identità. Ora credo che tutti quei frammenti siano al loro posto.
Francesco.
Filippo.
Giorgio.
Lorenzo.
Leonardo.
Questi nomi, più di altri, lasciarono dentro me quel silenzio incontenibile. Ma è grazie a loro se son arrivato fino a questo punto. La mia storia è giunta a termine e ne sono fiero, per la prima nella mia vita mi sento di aver concluso qualcosa di mio, personale, astratto, etereo. Non poteva essere altrimenti.
Inviai la bozza, ricevendo silenzio come risposta, ma non mi scoraggiai e come mi insegnò Leonardo, continuavo a ringraziare l’universo per ciascuna opportunità e per ciascuna copia spedita. Dovevo attendere, l’universo avrebbe fatto il suo corso.
Leonardo.
Ormai mi stavo abituando alla sua assenza.
Ed era solo per merito di Michael che scoprii ciò che era successo. Ancora dolore nella mia vita, altre lacrime da versare, altro tempo per sentirmi sempre più solo.
Dovevo tornare a Milano, quello era il mio ultimo segno.
Scrivere sempre.
Quella promessa mi pesava come un macigno, ma era anche diventata la mia unica ragione di vita.
Sono passati sette mesi da quel terribile incidente e io dovevo andare a trovarlo, glielo dovevo.
E così presi coraggio.
Per prima cosa annunciai all’agenzia che avrei sciolto il contratto di affitto. Avevo l’obbligo di dare tre mesi di preavviso e avevo capito che non c’era più altro tempo da perdere.
Continuai a lavorare per due mesi, poi diedi le mie dimissioni all’osteria. Lasciai tutte le mie cose a casa di mia sorella e tornai a vivere da lei per qualche giorno.
Era settembre quando decisi di prendere i biglietti del treno, per andare da Leo.
Arrivai a Roma Termini e seguendo le indicazioni di Michael, il quale era stato a Roma con Lorenzo più di una volta, giunsi al cimitero dove era stata posta la sua salma.
Cercai in ogni lapide il suo volto, il suo nome, finché non lo riconobbi. La tomba di marmo non era molto grande, i fiori erano ancora freschissimi. Rimasi immobile. Contemplare quell’aria, quei fiori, quella roccia levigata, mi faceva sentire sempre più il mio stomaco chiudersi.
Dissi solo due parole a bassa voce: “Ti amo” e lasciai la mia Moleskine con i miei uomini silenziosi sopra quel marmo gelido.
Il mio cuore batteva a mille, il nostro tempo era terminato.
Il sole stava tramontando.
Decisi di tornare all’Hotel.
Non avevo fame.
Andai al bar e ordinai un gin tonic.
Poi un altro.
Un altro ancora.
Attesi il sonno che fece fatica ad arrivare.
Per tutto il tempo rimasi in silenzio, fissando il bicchiere. Mi sentivo paralizzato, anche i miei pensieri lo erano. Fortunatamente non c’era nessuno in quel luogo.
Finché non piansi.
Le lacrime salate bagnarono il gin tonic, ma era come se riuscissi a sentirne il sapore ad ogni sorso.
Il giorno seguente mi svegliai con un terribile mal di testa. Quel gin non era affatto buono, pensai, o forse mi sarei dovuto fermare al secondo.
Ero sul treno di ritorno quando ricevetti una chiamata inaspettata. Era una casa editrice di Milano, interessata al mio romanzo, ma solo dopo un’accurata fase di editing. Mi fissarono un appuntamento. Era giunto il momento di tornare.
Arrivai a casa di mia sorella, preparai le valige. Sarei partito il giorno seguente. Chiamai mia madre.
«Ho bisogno di te, madre»
«Che cosa sta succedendo, tesoro?»
«Torno a casa»
«Sei sempre il benvenuto, amore mio.»
Un nuovo capitolo della mia vita sarebbe iniziato.
Dopo la fase di editing, il mio romanzo era pronto per la pubblicazione e iniziò contemporaneamente una fase promozionale.
Iniziai poco dopo un corso di scrittura, dovevo migliorare il mio stile e investire sulla mia formazione. Avevo così tante cose da dire, storie da raccontare che non potevo fermarmi. I lettori sembravano soddisfatti e apprezzavano quel piccolo racconto. Era solo l’inizio e tutto era merito di quel ragazzo che continuò a credere nei miei sogni.
Organizzai qualche incontro in alcune librerie, per sponsorizzare il mio romanzo.
«Dimmi Zeno, cosa ti ha spinto a scrivere “Uomini Silenziosi”?»
«Direi il dolore.»
«E ti ha aiutato?»
«Direi proprio di sì.»
Quando terminai la presentazione, quella stessa persona si fermò alla porta della libreria.
«Ho letto con attenzione il tuo romanzo, Zeno. Mi piacerebbe continuare a parlarne. Ti va di bere qualcosa con me?»
«Volentieri, ma prima posso sapere almeno il tuo nome?»
«Certo, che stupido. Piacere, Leonardo.»



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