9. Cuore
- Mirko Trevisan

- 25 gen 2021
- Tempo di lettura: 6 min
Al mio cuore non mentire, non ora.
Non conosce ancora l’amarezza di una bugia.
Quello che stava accadendo tra me e te, era qualcosa che non avevo mai provato prima di allora.
Quando tornai a casa, non sapevo che cosa pensare. Ciò che era successo aveva creato in me una sensazione di tremore e non era per il freddo.
Possibile che tu sia riuscito a rimuovere lentamente ciò che avevo costruito attorno al mio cuore, Leo?
Avevo così tanto freddo, che non dormii molto quella notte.
Grazie a Giorgio avevo scoperto il mondo LGBT di Milano, anche se ancora non ero a conoscenza del suo segreto. Cominciai a sentirmi molto meno solo, avevo raggiunto nuove consapevolezze su cosa o chi fossi. Decisi che non me ne sarebbe importato nulla, io dovevo essere semplicemente me stesso, fregandomene di ciò che avrebbero pensato gli altri.
Giorgio, il mio terzo uomo silenzioso, mi portò in un bar a Milano, in zona Porta Venezia. Era venuto a prendermi e io mi ero vestito in maniera piuttosto semplice: un paio di anfibi ai piedi, dei blue jeans e un maglioncino grigio, quello che avevo comprato quando vidi Giorgio per la prima volta, ed infine un cappotto.
Era il giorno del mio compleanno ed essendo nato in pieno inverno faceva molto freddo. Quando arrivò sotto casa, mi fece uno squillo e io capii che dovevo scendere.
Ero emozionato, non sapevo cosa aspettarmi.
Giorgio mi aveva detto che era semplicemente un posto frequentato da persone gay, ma non riuscivo ad immaginare che ce ne fossero così tante concentrate in un unico bar.
Quando arrivai, capii che l’unica cosa che avevo in comune con quel posto e con quelle persone era semplicemente l’orientamento sessuale. Anzi, con alcune nemmeno quello.
Quando entrammo, ci fecero accomodare in un piccolo tavolino. Non c’era molta luce dentro il locale, ma potevo percepire occhi estranei su di me, su di noi. Poco dopo arrivò il cameriere. Giorgio ordinò un Cuba Libre, mentre io ordinai un Cosmopolitan.
«Sei proprio un gay, eh?» disse ridendo.
«Ma io adoro il Cosmopolitan! Ho bisogno di Vodka in questo momento.» risposi, non sapendo che il Cosmopolitan fosse considerato un Cocktail da gay.
«La Vodka ha lo straordinario potere di farmi sentire brillo fin da subito» continuai.
«E perché dovresti esserlo?»
«Perché non mi sento a mio agio. Da quando siamo entranti, mi sento osservato. Dovrei prenderci l’abitudine?»
Ma non fu così, non riuscii ad abituarmici.
Quella fu solo la prima volta. Quando Giorgio mi chiedeva di ritornarci, facevo delle smorfie, ma per farlo felice accettavo i suoi inviti. Ogni volta, però, provavo sempre quella sensazione di disagio, finché non chiesi a Giorgio perché gli piacesse molto quel posto.
«Perché qui posso baciarti, senza vergognarmi di chi sono.»
Quella risposta non mi convinse, ma ormai pensavo di provare qualcosa nei suoi confronti. Non potevo solo amare i suoi pregi ed io ero ben disposto ad accettare quelli che per me erano i suoi difetti, o sbaglio?
Passarono diverse serate, diversi giorni ed ormai io e Giorgio ci frequentavamo da poco più di quattro mesi e a parer mio andava tutto bene. Ci vedevamo ogni weekend, di solito il sabato sera o la domenica pomeriggio. In settimana andavo a scuola, mentre lui diceva di essere stanco per il lavoro, quindi avevamo trovato questo equilibrio. Non avendo ancora la patente, dipendevo da lui ed io cominciavo a pendere dalle sue labbra, anche se non capivo perché non mi desse fastidio, visto che non era una cosa da me. Cominciai a dipendere da lui anche economicamente, ma non per mia scelta. Giorgio mi riempiva di attenzioni, di regali, continuava a pagare il conto, nonostante avessi il denaro. Forse si sentiva in colpa, visto che non avevo il padre? Gli facevo pietà? Questi pensieri erano naturali, per me, ma decisi di lasciarlo fare, non volevo risultare pesante.
Non che io e la mia famiglia avessimo problemi con il denaro, anzi. Nonostante mia mamma lavorasse, i suoi genitori non ci avevano mai abbandonati e i miei nonni si sono sempre offerti per aiutare me, mia sorella, ma soprattutto mia madre, o almeno è così che diceva nonna.
Si avvicinò il suo compleanno e Giorgio mi invitò a casa sua, era la prima volta che accadeva qualcosa di simile nella mia vita. Le ragazze che conoscevo e che avevano già un ragazzo, per loro, tutto questo era una cosa normale, ma non per me.
Giorgio viveva in un piccolo appartamento non molto lontano da casa mia. Era un piovoso sabato primaverile. Mi venne a prendere, per poi riportarmi a casa il giorno seguente.
Quando entrammo in casa, notai come aveva preparato tutto nei minimi dettagli: la tavola era già apparecchiata, i profumi delle pietanze erano già nell’aria, dovevamo solo accomodarci e consumare il nostro pasto. Quando finimmo di cenare, gli consegnai un piccolo pensiero: era la prima volta che facevo un regalo per un ragazzo e avevo scelto di prendere un cuore che si sarebbe spezzato in due, una parte a me e una a lui. Lo so, ora a pensarci, è stato un regalo terribile, ma per me era importante. Gli spiegai che nonostante fosse passato poco tempo, avevo cominciato davvero a fidarmi di lui e in qualche modo provavo dei sentimenti nei suoi confronti.
Lui mi guardò smarrito per un momento, ma poco dopo un enorme sorriso accese i suoi occhi.
«Ti amo» disse improvvisamente.
Io non gli risposi, ma mi alzai e andai verso di lui. Ci scambiammo un bacio talmente avvinto che ci portò in camera da letto.
Quella fu la mia prima volta.
E ancora non conoscevo il suo segreto.
L’estate si avvicinò molto velocemente e la scuola terminò con il suo arrivo.
Non avendo più alcun impegno, cominciai ad insistere con Giorgio per vederlo più spesso. Volevo fare tante cose con lui: fare qualche gita, andare fuori a cena, andare al cinema, al parco, in montagna… ma la nostra routine non cambiò minimamente. Anzi, ne parlai con Cecilia ed anche a lei tutto questo cominciava ad essere strano.
Provai a parlarne con lui un giorno, mentre passeggiavamo in un parco. Ovviamente era una domenica pomeriggio.
«E’ meglio per entrambi, fidati» mi rispose tranquillamente.
Faceva caldo e notai sul suo volto una goccia di sudore scendere sul suo volto.
«Vedi, c’è una cosa che avrei dovuto dirti tanto tempo fa» la sua voce cominciò a tremare
«Che cosa?»
«Zeno, mi sono comportato davvero male con te.»
«Che cosa vorresti dirmi?» cominciai a preoccuparmi.
«Vedi, sarò schietto: il mio cuore appartiene già ad un'altra persona.»
«In che senso?» non riuscivo ancora a capire.
«Zeno, io ho già un fidanzato.»

Stava succedendo anche a me e non ci potevo credere. Ne ero quasi certo, quello che provavo per te, Zeno, era qualcosa che non avevo mai sperimentato.
Lo sapevo: la verità era semplicemente ciò che stavamo provando.
E quella notte non riuscii a dormire, perché il pensiero di te era più forte del mio bisogno di dormire.
Ti ringrazio universo per avermi dato la possibilità di innamorarmi di Zeno.
Eravamo arrivati davanti ad una Chiesa, il posto era quello giusto, avevo seguito alla lettera le indicazioni di Michael ed eravamo giunti proprio nel posto in cui mi aveva consigliato.
Quando arrivammo, dentro me ringraziai il mio collega per il consiglio. C’era solo un solitario lampione che illuminava quel posto e i cipressi, disposti in due file, si ereggevano solenni, per ricordare le anime trascorse.
Ci avvicinammo ad un tavolino di legno per pic-nic, dove ci si poteva fermare se ce ne fosse stato il bisogno, come in un tiepido pomeriggio di aprile, dopo una lunga camminata per giungere fin lì.
Solo che quella sera non faceva caldo, anzi. Nonostante il freddo, ti avvicinasti alla staccionata per ammirare lo spettacolo che si poteva ammirare in quel luogo.
Era buio e il panorama calmo era colmo delle luci delle abitazioni. Era difficile riconoscere la linea di demarcazione tra il cielo e le colline, come se fosse un tutt’uno di stelle.
«Ti piace?» ti chiesi.
Non sapevo come rompere quel silenzio timido che si era creato tra noi.
«Molto.»
Eri ammaliato da ciò che ti circondava, mentre io potevo osservare quelle deboli luce riflettersi in quei occhi preziosi come rubini.
Sembrava cercassi di nasconderti, ma per me era tutto così in bella vista che non riuscii più a controllarmi.
Mi avvicinai a te con le mani e ti presi i fianchi.
Il tuo corpo, Zeno, non si mosse, come se tu fossi in una realtà parallela, creata da te e solo per te, alla quale io non avevo accesso.
Per istinto ti strinsi in un abbraccio, percependo il tuo corpo gemere delicatamente, ma non mi allontanasti.
Restammo in quel modo per qualche secondo, o forse per qualche minuto, in silenzio. Osservai la natura che ci circondava, cercando di ascoltare prima i rumori attorno, finché non cominciai a concentrarmi sul tuo respiro, finché non mi resi contro che il mio si stava adeguando al tuo ritmo.
E fu in quel momento che accadde.
Ti voltasti lentamente, avevi le lacrime agli occhi.
Tremavi, ma notai come il tuo volto si stava avvicinando al mio e quando le nostre labbra si sfiorarono, presi coraggio e ti baciai.
Riuscii a sentire il sapore salato delle tue lacrime, immaginando quanto fosse arido il tuo cuore.



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