6. Regole
- Mirko Trevisan

- 11 dic 2020
- Tempo di lettura: 4 min
Ho seguito le regole dettate dalla mia anima, come ho seguito i passi di una ricetta, per fare qualcosa di buono per la prima volta nella mia vita.
«Buona notte e grazie per la compagnia.»
Terminò con quelle parole il nostro primo incontro. Da quel momento le nostre anime, come i nostri copri cominciarono a vibrare insieme. Potevo percepire ogni tipo di cambiamento di frequenza: ad ogni cambio di stato della tua anima, anche la mia si trasformava.
Filippo è il secondo uomo silenzioso, ma ancora non ti ho spiegato il motivo. Come avrai capito, Leo, questi uomini sono entrati a far parte della mia vita improvvisamente e così all’improvviso se ne sono andati.
Dopo quella volta, io e Filippo cominciammo a vederci sempre più frequentemente, senza mai parlare di ciò che era successo, ma anzi, facevamo in modo che ricapitasse. Lui sembrava sempre più consapevole di quello che stava accadendo, mentre io lo ero sempre meno. Avevamo deciso che nessuno doveva sapere ciò che stava accadendo tra noi, iniziando una lotta contro uno spettro invisibile, ma che incatenava con parole come fede, religione o chiesa.
Non sono qui a fare polemiche, Leo, voglio solo raccontarti come mi sono sentito io, per tutto quel tempo. Lo sai che io credo nelle anime, nell’Universo, o chiamalo come vuoi, ma non credo che il suo scopo sia quello di punire, ma di amare ed è in questo modo che mi sono risvegliato, la mia anima si è elevata.
Quando io e Filippo cominciammo a vederci, però, tutto questo non l’avevo ancora capito. Non comprendevo cosa significasse amare ed essere amato. Ho amato Filippo? Tutt’ora non saprei dare una risposta, anche perché non ci potevamo confidare con nessuno. Non potevamo dirlo ai nostri amici, non potevamo dirlo ai nostri genitori, così come non potevamo dirlo a noi stessi. Quando accadeva rimanevamo in silenzio e quel silenzio è durato finché non ho iniziato le scuole superiori. Tutto ciò che c’è stato tra me e Filippo è durato un anno, finché non l’hanno scoperto, finché non ci hanno scoperti.
Per gioco, i compagni di Filippo avevano rubato il suo telefono e cominciato a leggere i suoi messaggi ad alta voce. Ai quei tempi bastava premere due tasti e sul telefono appariva la scritta: premi OK ed * per sbloccare. Non potevano immaginare che il principale mittente dei suoi messaggi ero io e quando lessero il mio nome capirono tutto: Filippo era un frocio.
Quel pomeriggio, Filippo mi disse che aveva un urgente bisogno di vedermi e quando ci incontrammo nel nostro posto segreto, lo vidi con il naso rotto, un gesso al braccio e il labbro gonfio. Lo avevano conciato per le feste.
Noi due, insieme, stavamo sfidando e offendendo quella mascolinità che aveva creato il sistema religioso per difendersi e attaccare il diverso. E a causa di quel sistema io non vidi più Filippo, decidemmo che era meglio per entrambi. Era come vivere in un Grande Fratello, dove le persone diventano poliziotti e si sentono in dovere di scovare i tuoi oscuri segreti. Tutto per essere conforme, tutto per essere normale.
«A presto, Leo. In ogni caso, sai dove trovarmi. Grazie.»

Certo che lo sapevo. Nel momento stesso in cui salisti in macchina, già cominciasti a mancarmi.
Quando rientrai a casa, la solitudine era già sulla soglia a farmi compagnia.
Grazie universo per avermi dato la possibilità di iniziare a lavorare e di intraprendere una carriera brillante.
Dopo quel pranzo di lavoro con il mio collega, cercai di capire cosa mi attirasse a te, Zeno. Certo, il Paese in cui abbiamo vissuto non è molto grande, ma in poco tempo ci eravamo già incontrati due volte e anche in questa occasione ho provato una strana sensazione, come se tu fossi la risposta a tutti i miei perché.
La volta successiva ci incrociammo in posta. Quando ti vidi, mi sentivo felice, perché in quell’occasione capisti subito chi ero e mi salutasti gentilmente. Giuro che non lo facevo apposta, Zeno.
Capitavi sempre nei momenti in cui ero più sereno con me stesso, come se tu fossi una certezza, come un raggio di sole dopo il temporale, perché sei certo che dopo torna sempre il sereno.
O come quella volta in cui ti incrociai in quella piccola libreria in centro. Era uscito l’ultimo romanzo di Murakami e io volevo comprarmelo. Fui sorpreso quando vidi che tra le mani stringevi quello stesso libro, come un piccolo tesoro prezioso.
Potrei fare molti altri esempi, ma tutte queste occasioni le hai vissute con me, Zeno.
L’Universo mi ha portato a te, come mi ha portato qui e allo stesso modo mi ha portato lontano da te.
L’unica cosa di cui sono consapevole è che non posso tornare indietro e ciò che è stupendo in tutto questo è che io ho davvero conosciuto l’amore con te, ho davvero conosciuto te, o almeno ci ho provato.
Ora voglio davvero ringraziare l’universo per il lavoro che faccio. Ho seguito le sue regole, ho seguito la mia anima, ma anche il mio istinto e credo di non aver commesso nessun errore.
Penso che sia giunto il momento di iniziare davvero a raccontare la nostra storia, Zeno. Finalmente siamo giunti a quel bar e al nostro primo appuntamento, se così possiamo chiamarlo.
Quel giorno tornai a mangiare all’osteria in cui lavoravi. Con una scusa, a fine pasto, presi coraggio e cominciai ad attaccare bottone con te. Mi dicesti che quella sera avresti finito di lavorare presto e che di solito dopo il lavoro vai a berti qualcosa nel baretto di fronte.
Decisi di essere intraprendente, almeno una volta nella mia vita. Sapevo di desiderarti e quell’informazione mi risultò molto utile.
Andai a casa, mi preparai, mi misi il profumo, dovevo essere proprio fuori di testa, ma non mi importava.
Salii in piazza ad aspettare che finisse il tuo turno e poi ti seguii. Ecco che casualmente i nostri sguardi si incrociarono, di nuovo.
Ti seguii dentro il bar e mi avvicinai a te.
«Piacere, Leonardo.»



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