5. Colori
- Mirko Trevisan

- 2 dic 2020
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 9 mar 2021
Mi è sempre stato difficile demarcare gli spazi della mia anima, come un bambino che lascia quegli stessi spazi bianchi e non riempie con perfezione il proprio disegno.
«Ti andrebbe di fare quattro passi?»
È con quella proposta che ti salvasti, come salvasti il mio fegato e le mie finanze. Avrei potuto continuare a bere, ma quell’idea mi sembrava un’alternativa migliore. Per un momento tornai bambino, guardando tutto ciò che mi circondava con occhi diversi.
Non potevo credere che un uomo carino come te fosse alle prese con un ragazzo come me. Ad ogni passo, mi porgevi una domanda diversa, eri davvero interessato a conoscermi, vero Leo?
Arrivammo sotto un portico, per poi giungere ad una terrazza dal quale si poteva vedere quasi tutto il Friuli, fino al mare.
Mi dicesti che non ci avevi mai fatto caso, eppure quello era uno dei punti panoramici più belli e famosi del paese. Eravamo soli: io che continuavo a parlare di me e tu che continuavi ad ascoltarmi in silenzio. Non so quanto ti annoiai quella sera, ma il vino bianco ormai era entrato in circolo e tutto ciò che pensava la mia anima fuoriusciva di colori, che lentamente colorarono la tua.
Volevo trovarmi un lavoretto e così cominciai ad andare in giro per la piazza centrale, lasciandomi dietro qualche curriculum. Avevo già esperienza come cameriere e pensavo che per il momento sarebbe stato perfetto: avrei potuto continuare a dedicarmi alla scrittura e nel frattempo continuare a guadagnare qualcosina. Non sarebbero stati molti, ma da parte avevo un bel gruzzoletto, considerando anche la rendita dell’affitto della casa che avevo in Brianza.
Quei soldi, più altri che avrei guadagnato lavorando, mi avrebbero permesso di vivere dignitosamente e fu così che iniziai a lavorare in una piccola osteria in centro, la stessa in cui ti incontrai quella sera. Ora, se ci ripenso, mi ricordo ancora quel giorno in cui venisti ad assaggiare il famoso prosciutto con un altro uomo. Avevo iniziato a lavorare da poco e tu sei stato uno dei miei primi clienti. Quando varcasti la porta quel giorno di fine marzo, riconobbi il tuo stile impeccabile, lo stesso che mi aveva colpito quel giorno in agenzia.
Ti ho già parlato del mio primo uomo silenzioso, ecco che arriva il secondo, il suo nome è Filippo ed è da quando eravamo piccoli che siamo ottimi amici. Mi ricordo benissimo i suoi occhi blu e i capelli biondi e in quel periodo era il mio vicino di casa. Avevamo un rapporto molto stretto, visto che passavamo molto tempo a giocare insieme, mentre i nostri genitori lavoravano.
Scoprimmo di essere più simili di quanto pensassimo un pomeriggio di mezza estate, durante un temporale estivo che ci aveva colti di sorpresa. Eravamo dietro casa a giocare a calcio in quel campetto sperduto, dove tutti i ragazzi della mia età crescevano con la speranza di entrare in una squadra prestigiosa, ma ben presto si ritrovavano a dover fare i conti con la dura realtà. Ho sempre pensato che un sogno condiviso da tutti, non è un vero e proprio sogno e a quell’età tutti desideravano diventare il futuro Buffon o il futuro Del Piero, i pochi giocatori che conosco, considerando il mio interesse verso quello sport. Tutti, però, desideravano fare quello nella vita e per un breve periodo anch’io ci provai, come quel pomeriggio.
Andavo in seconda media, mentre Filippo in terza. Stavamo tirando calci ad un pallone, quando sentimmo le prime gocce bagnare i nostri capi. Decidemmo di rifugiarci agli spalti di quel campo deserto, ad agosto erano tutti in ferie, tutti tranne me e Filippo.
Non facemmo in tempo ad arrivare dentro agli spogliatoi, che venimmo travolti dall’acqua e quando riuscimmo ad entrare, eravamo già che belli zuppi. Ci guardammo negli occhi e senza dire una parola, decidemmo di toglierci i vestiti per asciugarci, rimanendo solamente con le mutande. Fu in quel momento che notai il suo membro duro, forse eccitato dalla situazione. Mi ricordo che rimasi qualche secondo ad osservarlo, sentendo dell’energia gonfiarmi, come il membro che avevo anch’io tra le gambe. Tentai di scacciare qualsiasi tipo di pensiero: no, non potevo, è peccato, Dio punirà la mia anima, così ci avevano detto a catechismo, nessuno vuole, io non voglio, ma perché, cosa mi sta accadendo, e perché anche a te, no.
In un momento una parola si materializzò nella mia testa: frocio, come quando i miei compagni di classe si sfottevano a vicenda, o come quando veniva usata all’oratorio contro un ragazzino effeminato. Frocio. Da me era diventata una parola famosa. Frocio. Non checca, ricchione, culattone, ma solo e proprio frocio.
Prendi un bel voto a scuola? Sei un frocio. Hai paura di qualcuno o di qualcosa? Sei un frocio. Frocio, perché non porti i pantaloni a vita bassa. Frocio, perché sculetti. Frocio, perché leggi un libro. Stai parlando con una ragazza, indovina cosa sei? Frocio.
Tutto ciò che dovrebbe essere la norma, con quella parola diventava tabù e io entrai in quel sistema di regole non dette, per cercare di evitare di essere chiamato in quel modo.
Ho sempre pensato che i bambini possono essere davvero cattivi, ma sai Leo, o sei con il gruppo o sei contro di loro, dunque frocio. Ecco a cosa serviva quella parola, a delimitare i confini.
Filippo ed io non venivamo chiamati così, forse per il fatto che lui era un pochino più grandicello di me, forse perché passavamo molto tempo insieme, e tutti sapevano che eravamo vicini di casa, anzi, ogni bambino, ragazzo e adulto sembrava invidiasse la nostra amicizia.
Tornando a quel giorno, sperai che Filippo non si accorgesse della mia erezione, ma ovviamente mi sbagliai: era difficile nascondere quella sporgenza tra le mutande e anche la sua era chiara ed evidente. Fu lui a fare la prima mossa, tirandosi giù le mutande, mostrandomi tutta la sua eccitazione. Poco dopo si avvicinò a me, infilò la mano nelle mie ed iniziò a sfregarmi. Mi sentivo eccitato, non riuscendo a capire fino in fondo cosa stesse accadendo, l’unica cosa certa era che non era giusto, ma il desiderio ardeva dentro me come una fiamma peccaminosa e immortale.
«Volentieri, ne sarei grato.»

In quel momento capii che non potevo abbandonare la tua anima. Volevo possederla, diventai ingordo di te, come quando apri un barattolo di nutella e non riesci a fermarti nel mangiarla. La mia anima desiderava tutto della tua, come se la tua fosse un libro da leggere tutto d’un fiato. Per questo ti ponevo così tante domande, vedevo come parlavi, come muovevi le tue labbra, come sbattevi le palpebre, come gesticolavi, come si arricciavano le narici quando volevi evitare un argomento, e mi dicevi: “non è ancora il momento”.
Più parlavi, più il mio cuore si riempiva e batteva forte, creando un campo magnetico che ti attirava a me.
La verità è che ti desideravo, come una madre guarda il proprio bambino appena nato.
Michael mi invitò a mangiare il famoso prosciutto crudo. Quella che stava per concludersi era la seconda settimana in Friuli. Il weekend si stava avvicinando e il mio collega decise di portarmi a mangiare fuori. Non avendo amici, pensai che momenti di socializzazione come quello potevano essere ben accetti.
Quando arrivammo all’osteria, la prima cosa che notai fu l’insegna, o forse il ragazzo che serviva ai tavoli, ero sicuro di averlo già visto. Ci fece accomodare e ci portò il menù. Fu quando me lo porse che riconobbi i suoi occhi color nocciola, erano gli stessi che mi avevano colpito quando andai in agenzia. In quel momento sentii un brivido. Era qualcosa che non avevo mai sentito prima, o quanto meno non in quel modo. Ed era questo l’effetto che mi facevi, Zeno, ed io non potevo farci nulla.
Il pranzo trascorse molto velocemente, tra un bicchiere di vino, una fetta di prosciutto e qualche risata con Michael. Quando arrivò il conto andai a pagare e lasciai una mancia, chiedendo espressamente che arrivasse a te, Zeno.
Grazie Universo per tutte le persone che ho incontrato fino a questo momento, mi hanno fatto diventare la persona che sono.
Mi guardai allo specchio e ripresi in mano il mio diario della gratitudine. Oggi avevo intenzione di ringraziare l’Universo per avermi fatto incontrare una persona molto importante nella mia vita: Federica, la mia migliore amica, o meglio la mia sorella prescelta.
Quando la conobbi ero in prima media e molto presto cominciammo a frequentarci anche al di fuori della scuola, come se ci fosse una sorta di attrazione. Ma io non provavo quel tipo di attrazione, anzi non provavo nessun tipo di attrazione con nessuno.
Ho sempre pensato di avere altri problemi per la testa e avere qualcuno nella mia vita era l’ultima delle mie preoccupazioni. Preferivo giocare al computer, guardare video di alcuni gamer su YouTube, cercare dei modi per aumentare la mia esperienza e livellare, e Federica era molto simile a me in questo, per questo andavamo molto d’accordo. Parlavo con lei, ma anche con un altro mio compagno di classe, Giuseppe, eravamo un bellissimo trio. Passavamo il tempo ognuno a casa propria e i nostri incontri erano tutti virtuali. L’unica cosa che facevamo insieme era andare al cinema a vedere il nuovo film di Harry Potter, o di Star Wars, o di altro.
Questo rapporto continuò per molti anni, finché non arrivai all’università senza aver mai baciato qualcuno, senza mai aver capito cosa e quale fosse la mia sessualità.
Un giorno Federica provò a baciarmi, ma io non ricambiai. Ci rimase male per un po’ e immaturi com'eravamo decidemmo di non parlarne con nessuno, compresa la mia psicologa.
Preferivo rimanere puro. Certo, sapevo dell'esisteva della masturbazione, ma erano davvero pochi i momenti in cui ne sentivo la necessità e quando ciò accadeva guardavo i porno, durando pochi minuti. Non so come mai, ma all’amore preferivo non pensarci, ed è per questo che ti ringrazio, Universo, perché quando è arrivato, io ho saputo riconoscerlo.



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