3.Nebbia
- Mirko Trevisan

- 16 nov 2020
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 9 mar 2021
Riesci a vedere tra la nebbia?
Ci sono tutte le cose che non siamo riusciti a dirci.
«Ti va una sigaretta?»
Non mi stupì il tuo invito, in fondo avevo percepito i tuoi occhi scrutarmi per tutta la serata, da quando arrivai al bar, fino a quel momento, vero Leo?
Sei sempre stato nell'ombra, o forse tra la nebbia, in compagnia di tutte le parole che non ti ho detto.
Quelle erano le stesse parole che avrei dovuto utilizzare per spiegare i miei sogni, i miei progetti, i miei desideri, a te, che eri tutto ciò che di bello possa accadere ad una persona come me.
O forse, è proprio a causa di quel mio bisogno che non sono riuscito a raccontarti le mie ansie, le mie paure? Come quando arrivi per la prima volta in cima ad una montagna e vedi tutto quel panorama inghiottirti: facile rimanere senza fiato quando non sei abituato ad una tale vastità.
La casa che avevo scelto era un piccolo monolocale newyorkese, o almeno è questo ciò che mi disse l'agente immobiliare.
Era molto carina: il parquet, i mattoni a vista, una cucina moderna, le scale che portavano al sottotetto dove era stato posizionato un letto da una piazza e mezza, un armadio molto ampio intagliato in un legno scuro, ma la cosa che preferivo di più era la vetrata che illuminava l'intero appartamento. Tutto era curato nel minimo dettaglio, non potevo scegliere alloggio migliore a quel prezzo stracciato. Sicuramente a Milano con gli stessi soldi, potevo solo permettermi una stanza di una casa da dividere con altre persone.
Ma ero solo e sentivo di essermi trovato un luogo tutto mio, come se fossi stato colpito da un fulmine.
Quando l'agente mi consegnò le chiavi, iniziai il trasloco con l'aiuto di mia sorella. Era un sabato mattina e nell'aria l'odore di foliage autunnale pungeva il mio viso. C'era un po' di foschia, ma niente a che vedere con la nebbia della Pianura Padana.
Stavo controllando le credenze della cucina, quando notai che l'inquilino precedente, o almeno è quello che pensai, aveva lasciato un oggetto che attirò la mia attenzione: era un quadernino. Aprii la prima pagina e vi lessi "Uomini silenziosi". Perché nascondere un oggetto del genere proprio in quel posto?
Lo misi da parte, facendo a botte con la mia curiosità. Dovevo finire il trasloco, il quale non mi portò via molto tempo, per fortuna. In fondo, non avevo molte cose e al termine, io e mia sorella ci sedemmo sul divano, sorseggiando una tazza di caffè bollente. Mi piaceva la sua compagnia, dovevamo recuperare molto tempo. Ilaria, la mia seconda madre, che ha dovuto crescere troppo in fretta, come se io fossi il suo specchio: rappresentavo ciò che lei non era mai riuscita a diventare. Ero riuscito a laurearmi, a trovare un lavoro dignitoso e ora che eravamo sul divano a parlare, ci sentivamo un po’ distanti, come se questa mia decisione avesse infranto il suo riflesso su quello specchio. Gliene parlai. Nonostante quello che fece per me, mi sembrava aver gettato all’aria tutto il progetto di vita che mi ero costruito, che avevamo costruito.
«Ora sei qui, tesoro mio, ed è questa la cosa più importante. Non ti devi preoccupare per me, sei tu la cosa più preziosa. Ci aiutiamo, ci ascoltiamo, ci sopportiamo, perché non abbiamo nessun altro. Solo io e te. Noi. La nostra famiglia. E questo mi basta, soprattutto ora che sei così vicino a me dopo tutto questo tempo.»
Quando Ilaria se ne andò, le ero grato. Mi sentivo salvo, al sicuro, ma anche in debito. L’aria cominciò a mancarmi, la testa cominciò a girare, in un modo quasi impercettibile, come la rotazione del nostro pianeta, ma mi sentivo sempre più intrappolato in quel vortice infinito di sciocchezze che avevo fatto fino a quel momento.
Qui. Respira. Ora. Respira. Uno. Respira. Due. Respira. Tre. Respira. Lascia. Respira. Andare. Respira. Tutto. Respira.
Mi calmai e decisi di riprendere in mano quella Moleskine. Con sorpresa notai che oltre a quella sorta di titoletto, c'era solo una pagina scritta, che lessi in un istante. Doveva essere qualcosa di simile ad un diario, una raccolta di uomini che avevano sconvolto la vita di quella ragazza, lo capii dalle parole che scelse per descriversi. Poi ad un certo punto, si interruppe improvvisamente, come se la sconosciuta avesse dovuto abbandonare il suo momento intimo di scrittura.
Uomini. Anche lei, come me, continuava a dare la colpa agli uomini che ha incontrato, ma se invece dovessimo ringraziare per averli incontrati? Se a sbagliare non sono solo stati loro? Ma noi? Io. Entrambi. Respira.
Presi una penna e cominciai a scrivere, calma.
Sei pronto a conoscere i miei uomini silenziosi, Leo?
«Hai da accendere?»

Sapevo benissimo che ti eri dimenticato l'accendino a casa, come sapevo che per te il fumo non era così essenziale. Più tempo passavo con te, più sentivo che stavi diventando come la nicotina che aspiravo dalle sigarette: dipendenza.
Era una serata fredda, quasi gelida ed io non ero per niente abituato a quel clima, mentre tu, Zeno, sembravi essere nel tuo ambiente naturale. Mi raccontasti, infatti, che ti eri trasferito da poco, la cosa non mi soprese, ma quando mi svelasti il motivo, ti guardai con occhi pieni di ammirazione: sei stato coraggioso a fuggire dal grigiore della città, per arrivare fino a qui, in mezzo a questi colli ubriachi. Ubriachi, come noi, che non avevamo il coraggio di guardarci negli occhi, perché avevamo capito quanto fosse forte l'attrazione che provavamo. Ubriachi, come il resto della gente che era lì in quel momento, ma che non poteva capire quanto fosse sfortunata, perché una bellezza come te, non potevano averla.
Finalmente riuscii a trovare una casetta tutta per me. Era un appartamento spazioso, un trilocale, con due camere, un bagno, ma una terrazza molto vasta, dove poter passare del tempo a fare i miei esercizi mattutini. Avevo preso l’abitudine di svegliarmi presto, alle sei di mattina. Dopo aver bevuto due bicchieri d’acqua, andavo a camminare, per risvegliare i miei muscoli, la mia mente, il mio sistema nervoso, il mio cuore, la mia voglia di vivere ogni singolo giorno ed ero grato per tutto questo. Ero grato, perché l’aria friulana era fresca, umida, viva, la sentivo entrare in circolo, risvegliando la mia anima pura. Ho sempre pensato di non essere adatto alla vita frenetica della città e in quei giorni ero sicuro che avrei fatto di tutto per restare lì, solo, ma in compagnia di me stesso.
Andai al lavoro, svolsi i miei compiti fino all’ora di pranzo, o meglio finché qualcosa non si accese dentro me, bruciando tutto l’ossigeno che avevo a disposizione. Non era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere, ma l’ultima volta era stato molto tempo prima, quando mia madre mi rivelò la mia vera identità.
No. Non era possibile, tutto stava tornando. È proprio vero: quando ti senti bene, il passato ritorna a chiederti il conto.
Quel momento di panico durò un attimo, fino a quando non iniziai a consumare il pasto nella mensa aziendale. Ero appena entrato nella sala da pranzo, dovevo solo prendere il vassoio, decidere cosa dovevo mangiare e chiederlo alla signorina dietro al bancone del self-service. Mi guardai attorno, le persone parlavano tra loro dei progetti che l’azienda aveva in mente per quella nuova sezione. Dovevamo assumere altro personale, dovevamo raggiungere sfidanti obiettivi aziendali, la produzione dello stabilimento di Roma era alle stelle e noi avevamo solo un compito: aumentare il profitto, per rendere funzionante tutta quella macchina ad ingranaggi umani. Ero attonito, non capivo perché mi stesse capitando, di nuovo.
«Dimmi caro, cosa desideri mangiare?»
La voce della signora mi riportò alla realtà. La guardai dritta negli occhi e dentro la mia testa la ringraziai per avermi svegliato da quello stato di insonnia vivente.
Le chiesi cosa ci fosse di buono e lei mi consigliò lo spezzatino con le patate. Mi porse il piatto, senza che io dicessi qualcosa, ma ero così frastornato che accettai di buon grado quel consiglio, senza dire nulla. Mangiai in silenzio, da solo, non ero nelle facoltà di intraprendere conversazioni futili, tutto ciò che desideravo era rigettarmi nel lavoro.
La giornata passò in fretta, tra un compito e l’altro, tra una chiamata e l’altra, tra un conto e l’altro, tra un curriculum e l’altro e alla fine del mio lavoro avevo fissato qualche colloquio.
Stavo per uscire dal mio ufficio, sentendomi disfatto, ma anche soddisfatto. Aprii la porta, quando incrociai Michael, il collega che mi suggerì l’agenzia. Lo ringraziai per il consiglio e lui mi chiese come stavo. Gli parlai del lavoro.
«Non ti ho chiesto del lavoro, ti ho chiesto come stai tu. Ti ho visto in mensa, ti stavo osservando e per un momento ho percepito una sensazione, come se ti sentissi smarrito.»
Gli raccontai che tutta quella nuova situazione mi stava scombussolando, come se avessi perso totalmente il mio senso di orientamento.
«Hai mai provato a tenere un diario? Recentemente il mio psicologo mi ha suggerito di provare a scrivere. All’inizio ero diffidente, ma quando iniziai, capii che non sarei riuscito più a smettere. A proposito, ho un quadernino in più, se vuoi te lo regalo. È una Moleskine che mi hanno regalato recentemente. Io ne ho già una, pensavo di utilizzarla quando avrei finito quella che uso, ma credo che ora possa servire più a te, la vado a prendere. Aspettami qui.»
Michael arrivò poco dopo, il suo ufficio non era molto distante dal mio e mi porse la Moleskine.
«Io di solito scrivo ciò per cui sono grato, tieni. Fanne buon uso. Ti sentirai meno solo.»
Tornai a casa, mi preparai la cena e mentre aspettavo che l’acqua bollisse, presi il regalo ricevuto.
“Io di solito scrivo ciò per cui sono grato” le parole di Michael riecheggiarono nella mia mente confusa, isolata.
Per iniziare scrissi solo una parola: grazie.
E poco dopo sei arrivato tu, Zeno.



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