11. Unione
- Mirko Trevisan

- 8 feb 2021
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 9 mar 2021
L’unione si accese in un fuoco ardente e le nostre anime bruciarono in silenzio.
Non aveva più senso mentire a me stesso. Il processo di guarigione stava proseguendo, anche grazie a quel piccolo diario, anche grazie ai miei uomini silenziosi.
Sentivo che era anche per merito loro se ero arrivato fino a quel punto, forse sono stati loro ad avermi portato da te, Leo.
Il nostro incontro, la nostra unione erano sempre stati tra le corde dei nostri destini.
Avevo solo bisogno di tempo di capire cosa fosse l’amore, cosa vuol dire condividere anche il più grande dolore.
No, non era ancora finito e sono contento che tu abbia preso tutto ciò che provavo e l’hai trasformato, come un piccolo artigiano.
Ecco cosa stava accadendo, era giunto il momento di diventare tuo.
E poi cos’è successo? Vuoi sapere di come mi sono liberato di Giorgio? La risposta è semplice: sono uscito allo scoperto.
L’unico modo per liberarmi di lui è stato chiedere aiuto, non avevo altra scelta. Con me non funziona niente, nulla è andato come me lo sono immaginato.
Quando terminai di leggere quei messaggi, capii che non potevo andare avanti in quel modo. La prima cosa che feci fu quella di piangere, cercando di liberarmi da quelle parvenze di Zeno. Ero diventato qualcun altro, alienandomi per amore e non era ammissibile una cosa del genere. Avevo capito che non valeva la pena soffrire in quel modo, per un ragazzo come Giorgio.
Spensi il telefono.
Mi aveva messo in gabbia, o forse mi ero infilato io. Sapevo solo che dovevo ringraziare quel giorno, per aver lasciato a casa il telefono e aver capito che persona fosse Giorgio e che persona ero diventato io.
Il giorno seguente decisi che avrei chiesto aiuto a mia sorella.
Altri messaggi, altri squilli.
Pensavo mi potesse capire. La sera, mia sorella tornò dal lavoro con nostra madre, ai tempi abitavamo ancora tutti insieme.
Avevamo imposto delle regole, tutto ciò che era accaduto durante la giornata dovevamo raccontarcelo durante la cena.
Era quasi tutto pronto.
Un altro squillo, un altro messaggio.
Non avevo fame.
Un altro squillo, un altro messaggio.
Preparai il tavolo.
Un altro squillo, un altro messaggio.
Non volevo spegnerlo, dovevo dimostrare l’assurdità di quel comportamento. Erano le mie prove.
Un altro squillo, un altro messaggio.
Quando terminammo la cena, non dissi nulla, rimasi in silenzio, ascoltando com’era andata la giornata delle donne della mia vita.
Un altro squillo, un altro messaggio.
Il mio tempo era scaduto. Dissi ad Ilaria di seguirmi in camera, perché dovevo mostrarle una cosa, ed in parte era vero.
Le avevo scritto una lettera.
Un altro squillo, un altro messaggio.
Gliela consegnai, pregandola di leggerla per i conti suoi. Lei non disse nulla, prese la lettera e corse in camera sua. Non trascorse tanto tempo quando sentii bussare alla porta.
Un altro squillo, un altro messaggio.
«Cos’è questa storia, Zeno?»
In quel momento cominciai a raccontare ciò che era successo, soffermandomi soprattutto su ciò che era accaduto tra me e Giorgio. Le mie parole scorrevano come l’acqua di un rubinetto rotto, che nessuno sapeva riparare.
Ilaria rimase in silenzio per tutto il tempo, facendomi delle domande solo quando non riusciva a capire parti del mio sfogo. Non voleva interrompermi. Quando conclusi le mostrai il numero di messaggi e di chiamate che avevo ricevuto solo quel giorno.
45 chiamate senza risposte, 27 messaggi.
«Mi aiuterai ad uscire da questa situazione, Ilaria?»
«Certo tesoro, anche se non so proprio come fare.»
Decidemmo di temporeggiare.
«L’unica persone che potrebbe aiutarti è nostra madre, Zeno.»
Sapevo che aveva perfettamente ragione ed era giunto il momento di affrontarla.
Poco dopo che mia sorella abbandonò la mia stanza, spensi il telefono e mi misi a dormire, passando una notte piena di pensieri.
Il giorno dopo, raccontai ciò che era successo a Cecilia, ormai il processo di rivoluzione e di liberazione era in atto.
Parlarne con lei fu molto semplice, anche se avevo il timore che lei non potesse capire.
Durante il pomeriggio le avevo chiesto di vedersi al solito bar in centro, verso sera, così da poterle permettere di studiare e anch’io dovevo farlo. Mi sentivo riempito di un’energia nuova, nonostante tutto avevo il presentimento che questa volta tutto sarebbe andato per il verso giusto e che sarei riuscito a sistemare tutto.
Quando finii di raccontarle cosa fosse successo, mi disse semplicemente:
«La prossima volta, Zeno, non escludermi dalla tua vita. Anche se ora non so come aiutarti, almeno posso darti un appoggio.»
Era ciò di cui avevo bisogno e le dissi che in futuro le avrei detto sempre tutto. Era una promessa.
Arrivò il vento della sera ed io tornai a casa in tempo per la cena.
Durante la cena l’atmosfera era tranquilla e quando concludemmo il pasto si venne a creare un piccolo silenzio.
«Mamma, ho una cosa da dirti.»
Mia sorella mi guardò e lessi nel suo sguardo la preoccupazione.
«Tesoro, che succede?»
«Sono gay…» quelle parole mi uscirono spontaneamente, era come se non avessi più controllo del mio corpo e della mia mente. Tutta quella situazione mi stava logorando e io non me ne stavo rendendo conto.
Mai avrei pensato di dirglielo in quel modo.
«…ma questa non è la cosa più importante.»
«Ah no? C’è altro?»
«C’è una situazione dalla quale non so come uscire e ho bisogno del tuo aiuto.»
Doveva finire tutto e quello era l’unico modo.
Giorgio, ovviamente per tutto il tempo, aveva provato a contattarmi. Pensavo che la situazione mi stesse fuggendo dalle mani.
Le raccontai tutto e quando terminai, mia madre non seppe trattenere le lacrime, nonostante io pensavo fosse la donna più forte su questo pianeta.
«Vattene subito in camera tua.»
«Mamma…»
«HO bisogno di tempo, Zeno. Lasciami ora. Dio, cosa ho fatto di male per meritarmi anche questo? Non è già pesante la mia croce che devo portare?»
«Mamma…»
«Zeno, ti prego, vattene!»
E con quelle parole mi precipitai in camera e mi chiusi dentro.
Zeno sei vivo? Rispondimi ti prego. Mi manchi, voglio baciarti di nuovo. Perché mi stai facendo questo? Ti amo.
Stavo cedendo alla tentazione di rispondere a quel messaggio. Mi sentivo solo, abbandonato, non potevo credere che tutto ciò stava capitando a me.
Altro squillo.
No, non potevo rispondere. Dovevo trovare un modo e nelle lacrime della disperazione mi addormentai.
La sveglia suonò alle sette e mezza, senza che me ne accorgessi.
Sul telefono c’erano già otto chiamate senza risposta e tre messaggi.
Andai a scuola, lasciando a casa il telefono. Ormai non ne potevo più. La giornata trascorse lentamente ma quando arrivai a casa trovai sul tavolo un biglietto di mia madre:
“Stasera parliamo.”
Ormai l’ansia era diventata la mia migliore amica. Mi misi a studiare, cercando di non pensare, smettendola di incolparmi, finché il momento non arrivò.
«Ho pensato tutto il giorno a ciò che mi hai raccontato ieri e alla fine ho capito che per me non è importante che tua sia gay. Odio di più ciò che ti sta capitando, anche se pensavo di avere un figlio più intelligente, che non ti saresti mai fatto trattare in questo modo, non è ciò che ti ho insegnato. Ti ho sempre detto che nella vita l’unica cosa che è importante è il rispetto e tutto ciò è una pura mancanza, sia da parte tua, ma soprattutto da parte di quel… beh non trovo il termine giusto per definirlo. Ti ho sempre detto che puoi fare tutto quello che vuoi e ora aggiungo pure con chi vuoi, ma non devi farti mettere i piedi in testa. Ecco perché ho reagito così ieri. Non sono sconvolta dal fatto che tu sia gay, Zeno, una parte di me l’ha sempre saputo. È il fatto che tu ti stia facendo trattare in questo modo. Avrei dovuto saperlo prima, avrei potuto aiutarti. Mi chiedo come sia possibile, ti abbiamo sempre amato e te lo abbiamo dimostrato nei modi migliori, avresti dovuto riconoscerlo. Ecco perché sono arrabbiata, Zeno.»
«Ma ora cosa devo fare, madre?»
«Hai bisogno di una strategia»
«E come faccio? Non ne ho le forze.»
«Guardami, Zeno. Noi non ci arrendiamo mai. Troveremo un modo.»
Poco dopo mia madre elaborò un piano: il giorno seguente avrei cambiato numero di telefono, indirizzo mail e chiusi il mio profilo social per farne uno nuovo.
Solo se si fosse rifatto vivo, sarei andato dai carabinieri, cosa che non accadde.
Per una volta nella mia vita, mi resi conto di essere io un uomo silenzioso, abbandonando Giorgio nel suo frastuono.

Le cose stavano cambiando ed io ne ero enormemente grato.
Non solo con te, Zeno, ma anche al lavoro, il mio corpo, la mia anima. Grazie anche all’aiuto di uno psicologo. Parlavamo molto e riusciva a capire cosa provavo. Andava sempre a toccare delle corde che mi fecero vedere la situazione sotto altri punti di vista. Finché capii. Non sei tu ad aver bisogno di me, tu non hai bisogno di nessuno, Zeno, te la sei sempre cavata. Ero io ad aver quella necessità di capire chi fossi e per farlo una volta per tutte dovevo solo amarti.
E nella nostra unione, ogni cosa parve sempre più chiara e trasparente.
Ti ringrazio universo per darmi la possibilità di scoprire e di spogliare la persona che amo.
In quel momento non mi venne in mente nulla, anche se di film me ne intendevo abbastanza. Pensavo di lasciarti campo libero, per capire cosa mi avresti proposto.
«Ti va di vedere il mio film preferito?»
«Quale sarebbe, Zeno?»
«A Single Man, anche se non credo sia il tuo genere.»
«Perché dici così?»
«Racconta una storia triste.»
«Proviamo, se devo entrare nella tua vita, sono disposto a farti compagnia. Ma perché vuoi vedere un film triste?»
«Per stare meglio.»
Apristi il divano letto, era l’unico modo per stare comodi in due, visto che il salotto non era molto grande.
Fin da subito capii che il film non sarebbe stato per niente leggero. Bravissimo Colin Firth, ma per carità! Sentivo il bisogno di qualcosa di più leggero, ma fin dal momento in cui iniziò il film, notai come non riuscivi a staccare gli occhi dallo schermo e a volte ti sentivo sussurrare le sue battute.
Alla fine ho ceduto anch’io a tutta quella tristezza e mi sono lasciato andare, immaginando a come potrebbe essere la mia vita da questo momento in poi. Io non ho mai provato nulla del genere nei confronti né di un uomo né di qualcuno. Io non ho mai amato nessuno, quanto ho amato te, Zeno e l’ho capito in quel momento. Quando al termine del film mi dicesti:
«Ok, non sarà niente di speciale, ma il pezzo iniziale, quando dice che gli ci vuole tempo alla mattina per diventare George, ecco come mi sento. È un lungo monologo alla vita. Un uomo con il cuore spezzato, al quale sembra di annegare e tutto è interpretato da un attore meraviglioso. Ciò che sento emerge, io non saprei dirlo con parole migliori, ecco perché avevo voglia di riguardarmelo. Ci sono cose che per capirle, bisogna viverle ed è per questo che ho deciso di fidarmi di te, Leo. È tempo che non lo faccio e non posso restare qui a chiedermi se posso farlo con te. Viviamoci, Leo, se tu lo vuoi.»
La tua energia era alle stelle, potevo percepire tutta la tua tristezza, il dolore, ma anche l’amore, la speranza, la tua voglia di vivere al meglio.
Ti guardai dritto negli occhi, senza dire niente. Non mi aspettavo quelle parole e nemmeno pensavo di essere riuscito ad aprire uno spiraglio in tutto quel filo spinato.
L’unica cosa che volevo fare in quel momento era assaporare le tue labbra e fu così che presi l’iniziativa. Fortunatamente ricambiasti quel bacio, con un ardore che non mi aspettavo.
I nostri corpi si mescolarono, si unirono spogliandosi. Ciò che volevo tenere per me, in un attimo era diventato tuo e solo con quello scambio intimo, dei nostri corpi, dei nostri membri, delle nostre carni, capimmo quanto quell’unione fosse ineluttabile.



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