10. Paura
- Mirko Trevisan

- 1 feb 2021
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 9 mar 2021
Paura:
consapevolezza di non essere in grado di prendermi cura di te.
Mi sentivo incatenato, con le mani legate.
Dentro me, qualcosa diceva che mi avevi messo alle spalle contro il muro e l’unica cosa che potevo fare in quel momento era ricambiare quel tuo bacio.
Se lo volevo, Leo? Certo.
Lo volevo davvero? Non lo so.
Tutto ciò di cui ero consapevole erano le lacrime che scendevano dal mio volto, senza un motivo apparente.
Non riuscivo più a capire le mie emozioni o forse ne stavo provando di nuove.
Ma quelle lacrime... beh erano frutto delle mie paure.
Dopo quella rivelazione, rimasi in silenzio, non sapevo cosa rispondere. Mi sentivo preso in giro, deluso, arrabbiato con me stesso per essere stato così ingenuo, per aver riposto la mia totale fiducia verso un uomo del genere. Ma quella notizia fu solo l’inizio, Leo, perché le cose poi precipitarono ed io entrai in un vortice dal quale fu difficile uscirne.
Quando Giorgio mi accompagnò a casa, in quel giorno di giugno, gli dissi che avevo bisogno di tempo per rielaborare ciò che mi aveva appena detto. Mi spiegò che il suo fidanzato lavorava in un bar e per questo non aveva mai i weekend liberi. Poi mi raccontò che con il passare del tempo non era più sicuro di ciò che provasse per lui, finché non mi incontrò: gli avevo creato un gran bel casino.
In un primo momento, scomparvi per qualche giorno. Non mi feci più sentire e nemmeno lui, mi mandò solo un messaggio, in cui sosteneva di capire il mio bisogno di prendere tempo e che mi avrebbe sempre aspettato.
A metà luglio venni colto dalla disperazione, gli scrissi e decidemmo di vederci. Gli dissi che non mi importava se c’era una terza persona, mi mancava troppo. In fondo, ho creduto di amarlo e pensavo che se fossi rimasto al suo fianco, un giorno Giorgio avrebbe scelto me. Non so perché accettai di essere la sua seconda scelta, pensavo che senza lui, nulla avrebbe avuto più senso.
Le cose cominciarono a cambiare quando iniziai la quarta superiore. Giorgio continuava a ripetermi che aveva bisogno di capire che cosa doveva fare, perché alla sua età non se la sentiva di lasciare il suo fidanzato dopo quattro anni di relazione e io ero il primo amante che aveva avuto. Per questo mi disse che con me provava un’attrazione incomparabile, mai provata prima ed effettivamente era vero, perché provavo le stesse emozioni quando ero con lui. Ogni volta che avveniva un nostro incontro, era come se avessimo sempre più sete dell’altro, finché un bellissimo giorno di autunno Giorgio arrivò sotto casa mia e mi disse che il suo fidanzato l’aveva lasciato.
Ero al settimo cielo, inconsapevole che da quel momento sarebbe iniziato il mio inferno.
Fin dall’inizio, si fece più presente e a me faceva piacere. Avevamo anche iniziato a vederci un po’ più spesso, anche in settimana, cercando però di non stravolgere il mio equilibrio scolastico. Avevamo iniziato a fare tante cose diverse, qualche volta uscivamo persino con i miei compagni di classe.
Senza rendercene conto, avevamo iniziato a vederci sempre più spesso, ma io cominciai a rifiutare qualche suo invito, perché dovevo impegnarmi negli studi. Lui sembrava non demordere, anzi.
Voleva vedermi ogni giorno, voleva sapere dove fossi, che cosa stessi facendo in ogni singolo momento della mia giornata, voleva che io vedessi soltanto lui e nessun altro. Il telefono diventò la sua arma migliore. Continuava a scrivermi. Sempre. E non parlavamo di grande cose. Dopo che non rispondevo per un po’ mi chiedeva: “ Cosa fai?” “Dove sei?” “Stai studiando?” “Che stai facendo?” “E ora?”
Sembrava dovessi giustificare qualsiasi cosa facessi e se sbagliavo a rispondere... All’inizio sembrava si preoccupasse di me. Ad esempio, se sapeva che il giorno dopo avevo una verifica o un’interrogazione mi incitava a studiare e si arrabbiava dolcemente quando mi lamentavo che non avevo più voglia di studiare, anche se sapevo benissimo che dovevo farlo. Poi le cose peggiorarono. Ero in un periodo di crisi. In quarta superiore le cose che avevo da studiare erano sempre più e la voglia di impegnarmi era sempre meno, anche se nonostante tutto me la cavavo, arrancavo.
Cercavo di lamentarmi il meno possibile con lui, finché un giorno non esplose. Mi disse che ero un ingrato, che non capivo quanto fosse per me importante studiare, che dovevo impegnarmi di più, che la scuola non era un gioco, che non sopportava più le mie lamentele e che mi avrebbe lasciato. Ma subito si rese conto di ciò che aveva appena detto e allora cambiò completamente. Mi chiese scusa per le parole che aveva usato, che mi amava, che ormai ero diventato la sua vita, mi aveva chiesto addirittura di andare a vivere con lui una volta terminata la scuola, che voleva solo me e nessun altro.
Sinceramente, io pensavo che fosse quasi tutto normale, ma quel quasi mi fece sempre chiudere sempre più in me stesso, finché anche ai miei occhi apparve veramente tutto normale. Non mi andava di parlare di quello che stava accadendo tra me e Giorgio con nessuno e lentamente mi allontanai dai miei compagni di classe, perfino da Cecilia, preferendo restarmene da solo.
Mi vergognavo per essere così succube, in un modo che nemmeno me ne ero reso conto. Anche in quegli anni, avevo sempre lottato, riso, scherzato, un po’ sarcastico, un po’ permaloso, ma ormai tutti avevano notato il mio cambiamento e la cosa che mi diede fastidio era che nessuno stava facendo qualcosa per salvarmi.
Poi arrivò quel maledetto giorno, avevo lasciato a casa il telefono. Una sensazione di disagio arrivò nel momento stesso in cui me ne accorsi, ma ormai ero già in classe. No, non poteva essere successo davvero, com’era possibile? Dove avevo la testa? Come si fa a lasciare a casa il telefono?
Fu quando cominciò la lezione che iniziai a non pensarci più. La giornata trascorse senza ansie, avevo parlato pure con qualche mio compagno, anche con Cecilia ed iniziai a pensare che aver lasciato a casa quel fastidioso aggeggio fu una vera e propria liberazione. Quando arrivai a casa, la disperazione tornò. Andai velocemente in camera mia e subito mi diressi verso il comodino. Il telefono era lì, ancora sotto carica. Era un Nokia, uno dei primi modelli che avevano la fotocamera. Avevo paura di prenderlo, anzi la mia mano cominciò a tremare al solo pensiero e aveva tutte le ragioni per farlo.
Lo sbloccai e lessi il display: sessantasette chiamate senza risposte, per la maggior parte squilli pensai e trentadue messaggi, tutti da una singola persona.
Giorgio.
«Buongiorno amore, come stai?»
«Che combini?»
«Non sei a scuola, tesoro?»
«Perché non mi rispondi?»
«Mi devo preoccupare?»
«Mi stai evitando?»
«Mi dici che cazzo sta succedendo?»
«Zeno?»
«Mi rispondi per favore?»
«A che cazzo di gioco stai giocando?»
«Porca puttana Zeno, che cazzo hai?»
«Puttana quella donna che ti ha messo al mondo! Mi vuoi rispondere?»
«Sto arrivando sotto casa tua.»
«Non sto scherzando. Ora lo faccio.»
«Cazzo, cazzo, cazzo.»
«Zeno, ultimo avvertimento»
«Sto partendo»
«Sono giù, puoi scendere?»
«BRUTTA TESTA DI CAZZO, PUOI RISPONDERMI?»
«MELEDUCATO DI MERDA»
«FROCIO DEL CAZZO»
«Devo tornare al lavoro»
«Appena ti vedo, ti uccido, coglione.»
«Sto perdendo la testa. Zeno, puoi rispondermi? TI PREGO»
«Ho citofonato a casa, ma non c’era nessuno, dove cazzo sei?»
«Ricchione del cazzo, questa me la paghi.»
«Coglione.»
«Coglione io che mi sono innamorato di te.»
«MI STAI LASCIANDO?»
«CHI CAZZO SEI PER COMPORTARTI IN QUESTO MODO? FROCIO DI MERDA»
«Addio, Zeno.»
«Sei un frocio della minchia, succhiacazzi. Sei solo e rimarrai tale. Io ti sto dando tutto e tu? Questa è l’unica cosa che sai fare? Ignorarmi? Sei una puttana, ecco cosa sei. Vai a succhiare il cazzo a qualcun altro, stronza. Addio.»

Possibile avere paura dei propri sentimenti?
Era di questo che si trattava?
No. Non riuscivo a capire, Zeno. Nonostante io non avessi mai provato delle emozioni così forti, non ne avevo paura.
Tutto ciò che desideravo, oltre al tuo corpo, era il tuo amore.
Ma poi cos’è l’amore? Prendersi cura di qualcuno?
Ti ringrazio universo per le mie paure, mi fanno capire cosa voglio e cosa non voglio nella mia vita.
Il giorno seguente, devo ammettere che il tuo silenzio cominciò a preoccuparmi, Zeno. Per tutto il giorno non feci altro che pensare al nostro bacio, anche se non era così che l’avevo immaginato.
Sapevo dove trovarti, ma non mi andava di inseguirti, perché inconsapevolmente sapevo che dovevo lasciarti spazio. Forse era l’unica cosa di cui avevi bisogno. Pensai e ripensai al sapore delle tue labbra, chiedendomi cosa ti spaventasse così tanto da non permetterti di lasciarti andare. Quelle lacrime che ti avevano bagnato il volto erano davvero incomprensibili, almeno per me.
L’unica cosa che potevo fare era prendermi cura di te e così aspettai qualche giorno prima di rompere il nostro silenzio.
Ti scrissi un messaggio dopo qualche giorno e fui sorpreso quando ricevetti una tua risposta.
Ti chiesi semplicemente come stavi, non volevo essere insistente e sapevo quanto ci tenessi ai piccoli gesti. Parlammo del più e del meno per un po’, finché non mi invitasti a bere qualcosa dopo il lavoro, dicendomi che avevi bisogno di un amico.
Quando lessi la parola amico andai in panico. Da quando sono diventato semplicemente un tuo amico?
Arrivai in orario, quando finisti il turno.
«Ho bisogno di farmi una doccia, Leo. Ti va di venire a casa mia? Mi lavo e poi ci mettiamo a vedere un film, sempre se a te va bene.»
Non sapevo cosa dire. Quell’invito mi spiazzò. La mia anima era in fibrillazione, mentre la mia testa mi diceva di essere più ragionevole.
«Sei sicuro?»
«Oh, non farti strane idee, è solo un invito a casa mia. Ti posso preparare qualcosa da mangiare se non hai ancora cenato, tanto lo devo fare anche per me.»
«Ho già cenato, sono le nove passate, ma ti farò compagnia volentieri.»
«Grazie. Allora forza, andiamo che sto morendo di fame!»
La tua casa era in centro, non molto lontano dal posto in cui lavoravi e mi resi conto di quanto in realtà abitassimo vicini.
Salii le scale e varcammo le porte del tuo appartamento. Mi accomodai sulla sedia posizionata vicino all’isoletta della cucina, mentre tu cominciasti a prepararti la cena. Avevi optato per mangiare una piadina veloce, così avremmo avuto tutto il tempo per guardare il film, o almeno è quello che mi dicesti tu.
Tirasti fuori la pentola e gli ingredienti e poco dopo il profumo della piadina poco abbrustolita cominciò a farsi sentire nell’aria.
Mentre mangiavi, io ti osservavo. Eri delicato, anche quando assaporavi quella piccola pietanza.
Poco dopo, andasti in camera tua e ti preparasti per entrare in doccia.
«Faccio veloce, promesso.»
E così fu.
Mentre ascoltavo il rumore dell’acqua calda, udii anche la tua voce canticchiare qualcosa. Sei davvero stonato, Zeno, ma immagino tu lo sappia e il fatto che non ti importa è solo da ammirare.
Se avessi avuto anch’io più coraggio nella mia vita… ma forse non sarei nemmeno qui.
Fuori aveva cominciato a piovere, me ne ero accorto quando non udii più il rumore dell’acqua scorrere.
Ti cambiasti e arrivasti nel piccolo salotto. Ti avvicinasti a me, sorridendo, come se per un attimo quelle paure di quel giorno fossero sparite.
«Ho ripensato molto a quel bacio.»
Mi dissi con tutta la tua spontaneità.
«E?»
«Non avrei dovuto piangere in quel modo, ma era come se le lacrime scendessero da sole, non riuscivo a controllarmi, non riuscivo a decifrare le emozioni che stavo provando in quel momento. Quando non ho la situazione sotto controllo perdo le staffe, come quella sera.»
«E perché avresti dovuto mantenere le redini?»
«Leonardo, non posso permettermi di lasciarmi andare, non posso.»
«Ti sto solo chiedendo di fare un passo verso di me, Zeno.»
«Ho paura di compiere quel passo, anche se ora siamo qui a casa mia, dove tutto potrebbe accadere. Voglio solo capire, capire che cosa trovi di così interessante in me, in fondo non ci conosciamo.»
«I tuoi occhi. Io non ho mai visto degli occhi così sinceri in tutta la mia vita. Hai questa straordinaria capacità di conquistare la fiducia di qualcuno al primo sguardo. Il tuo sguardo, Zeno, non riesce a mentire. È un perfetto riflesso della tua anima pura. Posso percepire quanto tu abbia sofferto, quanto dolore hai vissuto, quanti sacrifici hai dovuto compiere. No, quegli occhi non sono in grado di dire bugie e l’ultima volta ne ho avuto la conferma.»
«Leo, sei gentile a dire queste cose.»
In quel momento mi avvicinai a te e cominciai a baciarti le orecchie, ma improvvisamente mi bloccai. Percepivo il tuo corpo rigido, di lasciarsi andare non ne voleva proprio sapere. Ti avvolsi con le mie braccia e ti strinsi. Volevo sussurrarti qualcosa, ma non mi veniva in mente niente.
«Che film vuoi vedere, Leo?»



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